I tre tipi di CCSVI, la scoperta nella scoperta.

Prof. Sandro Mandolesi, intervista al TG9.
07/02/2012

[expand title=”Guarda il Video”]

I tre tipi di CCSVI – Prof. Sandro Mandolesi.

[/expand]

 


 

D: Prof.  Mandolesi è vero che la scuola Romana ha fatto quest’anno una nuova scoperta per la cura della Sclerosi Multipla?

R: non una nuova scoperta per la cura della Sclerosi Multipla bensì per la cura della CCSVI.
Ormai tutti i malati di Sclerosi multipla sono a conoscenza della scoperta del Prof Zamboni che ha aperto un nuovo approccio alla Sclerosi Multipla con l’ottica vascolare, nel senso che la Sclerosi Multipla dopo secoli è considerata anche avere una significativa componente vascolare.
CCSVI vuol dire Insufficienza venosa cronica Cerebro-spinale ossia che è presente un ostacolo allo scarico delle vene del collo quali le giugulari interne, le vertebrali e talvolta anche della vena Azigos che è la vena principale del torace.

D: Prof. Mandolesi quale scoperta ha fatto in questi pazienti affetti da CCSVI?

R: la scoperta nella scoperta appena enunciata che è la CCSVI, è stata fatta quest’anno nel centro CCSVI dell’Università Sapienza di Roma già all’inizio della nostra esperienza nello studio di questi pazienti.
Venti anni fa avevo evidenziato nei pazienti con insufficienza venosa cronica degli arti inferiori, le così dette varici, la presenza di sindromi compressive delle vene durante la deambulazione ossia di vene che venivano bloccate durante i movimenti di deambulazione con attivazione di circoli vicarianti per superare l’ostacolo.
Subito dopo i primi esami mi sono accorto che anche le vene del collo presentavano per analogia una tale condizione. Queste vene erano schiacciate dai tessuti circostanti con blocco del loro scarico e attivazione quando possibile di circoli di scarico vicarianti.

D: bene. Ma questo blocco da schiacciamento delle vene del collo come ha fatto ad evidenziarlo?

R: tramite l’esame EcoColorDoppler secondo il metodo Zamboni e con l’apparecchiatura ecografica da lui perfezionata per questo studio il Mylab Vinco Esaote.
Il metodo che ho usato per diagnosticare la presenza di blocco di una vena da compressione esterna del vaso e non da restringimento interno del medesimo è molto semplice:  ho fatto ruotare il capo al soggetto ed ecco che il vaso non visibile e bloccato si è riaperto e il flusso nel suo interno ha ripreso a defluire normalmente.
Tutti i nostri esami ECD da sempre sono stati riportati su una mappa emodinamica e morfologica, questo ci ha permesso con facilità di realizzare una mappa topografica delle compressioni venose sia in clino che in ortostatismo e sia in posizione neutra frontale che con la rotazione del capo a destra e a sinistra.

D: vuol dire che non esiste una sola CCSVI?

R: esattamente. Abbiamo con questa scoperta potuto classificare la CCSVI in tre tipi, il tipo 1 , il tipo 2 e il tipo 3.
I pazienti affetti da CCSVI di tipo 1 presentano solo un ostacolo allo scarico venoso endo-vascolare, ossia per anomalie congenite o acquisite che restringono e bloccano il drenaggio delle vene indagate.
I pazienti con CCSVI di tipo 2 presentano solo un ostacolo allo scarico venoso extra-vascolare, ossia per compressione esterna del vaso.
I pazienti con CCSVI di tipo 3 presentano infine sia un ostacolato scarico venoso endo-vascolare che extra-vascolare sono quelli di tipo misto.
Per semplificare possiamo dire che esiste una CCSVI di tipo “idraulica”, una CCSVI di tipo “meccanica” e una CCSVI mista.
L’analogia più immediata che mi viene in mente, per la CCSVI tipo 1, è quella del lavandino del bagno dove la mattina ci laviamo il viso e che da un po’ di tempo non scarica più bene e si riempie per metà d’acqua sporca quando ci laviamo. Quando chiudiamo il rubinetto l’acqua accumulatasi anche se con difficoltà defluisce, ma lascia tutte le pareti sporche dei residui del nostro lavaggio.
Però, dal giorno in cui decidiamo di chiamare l’idraulico che, con la sua sonda miracolosa ci stura il tubo di scarico, tutto torna come prima, l’acqua a pieno getto defluisce rapidamente nel tubo di scarico ed il lavandino torna nuovamente pulito.
Per la CCSVI tipo 2 l’analogia più immediata è quella del signore che in giardino innaffia il prato con il suo tubo da giardinaggio e, l’amico che è venuto a trovarlo, glielo schiaccia inavvertitamente sotto la scarpa.
La pressione dell’acqua nel tubo a monte aumenta così tanto da farlo staccare dal rubinetto sul muro della casa causando l’inondazione del piazzale antistante.
In entrambi i casi l’aumento della pressione nel tubo determina la stasi e l’accumulo d’acqua ma, nel primo caso, la causa dell’ostacolo allo scarico è all’interno del vaso mentre nel secondo caso è all’esterno.

D: ma che utilità può, una tale scoperta, portare ai pazienti affetti da CCSVI?

R: poter suddividere i pazienti in tre tipi ci permette di porre differenti indicazioni terapeutiche. Per esempio:
un paziente tipo 1, con solo ostacoli endo-vascolari, avrà una indicazione maggiore per un trattamento di angioplastica che notoriamente dilata il vaso e ne migliora lo scarico.
Un paziente affetto da CCSVI di tipo 2, con solo compressioni extra-vascolari venose, avrà una indicazione specifica ad un trattamento decompressivo dei vasi.
Un paziente di tipo 3 misto avrà una indicazione sia ad un trattamento di dilatazione endo-vascolare che ad uno di decompressione extra-vascolare.

D: il trattamento di dilatazione di queste vene è ormai noto ed è l’angioplastica con palloncino, ma a cosa si riferisce quando dice che i soggetti con compressioni estrinseche delle vene del collo necessitano di un trattamento decompressivo ?

R: mi riferisco, per il momento, ad un trattamento fisioterapico specifico che tramite il ricondizionamento della postura del collo permetta una “ liberazione” di questi vasi.
I dati preliminari di un tale trattamento sono molto positivi sia sul piano dei sintomi che degli effetti sui vasi e ci spingono a sviluppare ulteriormente questa nuova possibilità terapeutica.

D: Prof. Mandolesi, questa scoperta nella scoperta sembrerebbe preludere a nuovi scenari terapeutici nel prossimo futuro.

R: in effetti questa nuova classificazione della CCSVI, che noi otteniamo in tempo reale con la realizzazione della mappa dell’esame ECD, ci ha già permesso di ampliare le possibilità terapeutiche della CCSVI e ci permetterà di ottenere risultati anche in quei soggetti che non hanno una indicazione specifica all’ angioplastica o che non hanno ottenuto i risultati sperati da essa.

D: perché lei è promotore di un Centro di Eccellenza CCSVI a Roma?

R: questa nuova ottica di approccio alla Sclerosi Multipla necessita di competenze specifiche e qualificate che siano appropriate ed efficaci e che concorrano tutte in modo sinergico all’ampliamento di innovative terapie razionalmente più etiologiche che sintomatiche.
Con semplici parole, nuove cure per la CCSVI e per la SM, ma in mani competenti.
Per ottenere ciò è necessario non solo uno staff di professionisti qualificato, ma anche apparecchiature idonee ed una struttura sanitaria dedicata in cui sia possibile attuare una diagnostica innovativa di altissima tecnologia e trattamenti di angio-radiologia, chirurgia, neurochirurgia, fisioterapici manipolativi, di detossificazione e nutrizionali specifici.
Ecco perché è necessaria l’istituzione di un centro di eccellenza per la diagnosi e la terapia della CCSVI.
Al contrario la parcellizzazione di poli di diagnosi e trattamento spesso disgiunti impedisce una rapida ed efficace crescita di qualità ed assoggetta i pazienti a trattamenti disomogenei mettendoli a rischio di risultati incompleti.